«Partito democratico? Chiamiamolo Ulivo, sosterrà Illy e si vince»
Pubblicato il 12 giugno 2006Non assegnata

Ieri mattina è uscita su Il Piccolo, quotidiano di Trieste, questa intervista:
Gianni Cuperlo, l’ex enfant prodige della sinistra triestina, l’uomo-chiave della comunicazione Ds a livello nazionale, colui che dello staff dell’allora premier (e in precedenza segretario nazionale diessino) Massimo D’Alema fu stretto collaboratore, entra in Parlamento. Da deputato dell’Ulivo. «Come si diceva da piccoli il primo giorno di scuola, prometto di studiare e spero di fare bene», commenta lui per i frequentatori del suo sito. Poche parole per dire bene il carattere riservato e la passione intellettuale di una persona che non ha mai amato apparire, sebbene più che portatore molti lo definiscano «costruttore» di comunicazione.
Quella alle politiche 2006 è stata la sua prima candidatura?
Sì, salvo una lontanissima corsa per il Pci al consiglio comunale di Trieste, di quelle che servono a chiudere la lista... Considero quella di deputato un’esperienza molto interessante, per potere guardare ai problemi da un punto di vista diverso e con maggiore possibilità di intervenire, almeno spero.
Gli obiettivi-chiave?
Da un lato mi piacerebbe - è un impegno che prendo - recuperare un rapporto più continuativo e intenso con la città e la regione: voglio ascoltare e comprendere, con grande attenzione e umiltà poiché sono molti anni che manco da Trieste.
L’altro obiettivo?
Sviluppare il mio interesse sul terreno delle libertà e dei diritti individuali. Oggi esiste un problema di fondo: sbloccare la società italiana quanto a diritti delle persone e opportunità da offrire soprattutto ai più giovani. Il che significa investimenti nella formazione e ricerca, nella liberalizzazione dell’economia, in un accesso facilitato alle professioni. Significa investire sui talenti individuali, garantire pari opportunità, realizzare riforme. Questo è un Paese bloccato, dove le corporazioni pesano ancora molto.
È l’Italia fotografata dagli ultimi dati del Censis.
Il dato che mi ha colpito - e che deve interrogare l’anima di un governo di centrosinistra - è quello di una società dove i ventenni pensano di avere minori possibilità dei loro genitori e dove la mobilità sociale in ascesa è bloccata. L’«ascensore» ha funzionato più o meno bene per quasi trent’anni, sino agli inizi dei Novanta.
Colpa di Berlusconi?
Non solo. Io penso che la destra abbia grandi responsabilità perché non ha affrontato questi problemi ma li ha peggiorati, accentuando i caratteri corporativi della società italiana, per non dire di scelte fatte in settori strategici. Io per esempio, da triestino penso di conoscere il valore della ricerca scientifica di cui la destra ha limitato l’indipendenza. Ma insisto, se vuole restare nella corsa globale, l’Italia deve investire molto in ricerca e formazione.
Si parlava delle colpe.
Non tutto è imputabile alla destra. Siamo davanti a problemi antichi, cioè l’incapacità che la politica e le classi dirigenti hanno avuto di affrontare riforme di fondo - mercato del lavoro, scuola, formazione - che sarebbero state necessarie per mettere il Paese in grado di competere in un mercato rivoluzionato dalle tecnologie dell’informazione.
Oggi però il centrosinistra si ritrova con il problema dei conti.
Ma proprio per quanto ho detto, la responsabilità dell’Unione tornata al governo dieci anni dopo il ‘96 è diversa da allora. Non basta parlare di risanamento e rigore. Bene hanno fatto Prodi e Padoa Schioppa a usare parole di verità in proposito, ma il Paese oggi, insieme al risanamento, attende anche un rilancio della crescita. La logica dei due tempi non funziona più. Per questo c’è bisogno di riforme radicali e coraggiose.
Ora che è deputato resterà anche responsabile della comunicazione dei Ds?
Dipenderà da Fassino: affronteremo il riassetto del gruppo dirigente nazionale del partito dopo il referendum.
A proposito, da esperto della comunicazione che ne dice del caso prodotto dall’intervista di Prodi a «Die Zeit»?
Consiglierei maggiore cautela e rigorosa attenzione alle traduzioni quando si concedono interviste a giornalisti stranieri. Il Paese non ha bisogno di toni accesi. E poi, l’Italia ha vissuto una lunga campagna elettorale permanente. Ora, dopo il referendum, si apre una fase nuova con una nuova maggioranza che è bene si impegni a tradurre in concreto quanto ha detto di volere fare. Io metterei uno stop alle polemiche: adesso si lavora al progetto.
Il referendum può segnare la fine di Berlusconi?
Ma no. I cittadini sono chiamati a dare un giudizio nel merito di una brutta riforma della seconda parte della Costituzione, non su Berlusconi né su Prodi. Noi non diciamo «no» perché la riforma è stata firmata dalla destra, ma perché è una cattiva riforma che non funziona. Dopodiché, abbiamo imparato la lezione: chiediamo di bocciare la riforma del centrodestra, ma non per imporne una del centrosinistra. Noi non faremo riforme istituzionali senza cercare prima in Parlamento un largo consenso e quindi una larga maggioranza. Le regole sono di tutti e non si possono cambiare a spallate.
Gianni Cuperlo parlamentare triestino del Friuli Venezia Giulia: aprirà un ufficio a Trieste?
Sugli aspetti logistici, vedremo. Voglio comunque garantire una presenza e un rapporto costanti con la mia città e la regione.
Intanto è riesplosa la questione Friuli versus Trieste.
Oggi la regione è entrata in un ciclo storico nuovo, legato al rapporto con i Paesi di più recente ingresso nell’Ue. In questo senso, ancora una volta, c’è una differenza rispetto a dieci anni fa. Se allora la parola-chiave per risolvere vecchie eredità storiche era «pacificazione», oggi è «innovazione»: apertura, inclusione, collaborazione transnazionale nella logica di un’Europa allargata e dell’Euroregione. E non solo. Penso anche al processo di integrazione, tutt’ora da completare, verso i Paesi dei Balcani occidentali. Insomma, abbiamo l’opportunità di fare assumere al Friuli Venezia Giulia il ruolo e la funzione strategica che spettano alla nostra regione negli equilibri della nuova Europa. Questo per dire che di tutto abbiamo bisogno meno che di conflittualità tra le due parti della regione.
Che però a livello politico c’è.
Ma credo che compito della Regione – e Riccardo Illy lo sta facendo - sia lavorare al superamento di vecchie divisioni per insistere sul valore di una regione che fa sistema. Noi - e parlo da parlamentare con radici a Trieste - abbiamo bisogno del Friuli e delle sue energie e risorse straordinarie, e il Friuli ha bisogno di Trieste e della Venezia Giulia che sono parte fondamentale del nostro avvenire comune.
L’essere divenuto lei componente della commissione parlamentare per le politiche dell’Ue ha un senso preciso, da questo punto di vista.
Sono ancora possibili modifiche secondo le esigenze dei gruppi parlamentari. Se dovessi rimanervi, sarebbe un’esperienza molto utile.
Trieste di nuovo al centro dell’Europa: espressione ricorrente, ma a rischio di retorica.
Vero, c’è però un’agenda di temi. Ne cito tre. Il primo: si deve investire in infrastrutture, logistica e viabilità. E nel nuovo ruolo europeo di Trieste e dell’intera regione avrà grande importanza il Corridoio 5...
Che una parte della sua coalizione non vuole.
Se ne discuterà, ma lo reputo un investimento strategico.
Il secondo tema?
Riguarda le prospettive per il porto. Non entro nel merito delle nomine, ma il governo dovrà fare un ragionamento molto serio sulla strategia di rilancio dello scalo, che è una risorsa irrinunciabile per Trieste. Il terzo titolo riguarda il profilo della città che dobbiamo recuperare in termini di forza attrattiva per storia, cultura, identità. Credo esista un interesse «latente» nei confronti di Trieste che va intercettato. Saranno importanti le iniziative che le amministrazioni locali attueranno per rilanciare la città nel suo ruolo di capitale della nuova Europa.
A proposito, cosa vorrebbe leggere nel libro di Magris sulla «Trieste nel nuovo secolo» da lei inserito in una personale classifica di fantasia?
Di una città orgogliosa della sua storia ma interamente proiettata nel futuro. Cosa che ancora non è.
Cosa le manca per esserlo?
Forse una chiara percezione delle potenzialità che oggi si aprono. E una classe dirigente - non solo politica - capace davvero di fare gioco di squadra.
La nomina del commissario del Porto dimostra come nello stesso centrosinistra il gioco in questione sia difficile da praticare.
Dovremo trovare le sedi per farci carico - sul piano politico e unitariamente - delle prospettive del porto e della città. Trieste ha bisogno di tante cose e tra queste non c’è un centrosinistra diviso.
Come giudica l’ipotesi di ricandidatura all’Expo?
Attendo di capire meglio ma penso anch’io che vada evitata una seconda delusione: occorre comprendere quali siano le possibilità concrete di una candidatura non solo credibile, ma vincente.
Da parlamentare del Friuli Venezia Giulia lei vivrà il cammino verso le elezioni regionali del 2008. Il centrosinistra ci arriverà con il partito democratico?
Lo vedremo. Il progetto è molto ambizioso e non possiamo deludere gli elettori. Prima di piantare bandiere dobbiamo impegnarci - non solo noi e la Margherita - in questo processo, consapevoli che la mèta non può essere troppo lontana ma anche che un nuovo soggetto politico non nasce soltanto per accordi di vertice, ma deve avere una forte identità anche dal punto di vista culturale, dei valori di riferimento, delle priorità. Sono convinto che l’Ulivo potrà essere un valore aggiunto a sostegno di Illy, che a oggi secondo me resta il migliore candidato per la sfida.
L’Ulivo?
Sì, l’Ulivo: non sta a me dare consigli, ma sento molto parlare di partito democratico e non capisco perché dobbiamo rinunciare a un nome così bello.
Lei da sempre rimarca l’imprescindibilità dei partiti, «un grande patrimonio che deve provare a fondersi». Intanto però uomini del centrosinistra - Veltroni, per esempio - guardano oltre le appartenenze partitiche.
Ho grande rispetto per queste posizioni, che non metterei in contrapposizione. I partiti sono una realtà esistente e una garanzia di tenuta del tessuto democratico, che non sarebbe saggio considerare eredità del passato. Ma è importante non rinchiudersi in una difesa arroccata dei loro confini. Noi guardiamo alla nascita di un nuovo partito riformista con fiducia e passione, ma è una scelta impegnativa che deve coinvolgere, oltre ai partiti, sindaci, governatori, associazioni...
Cacciari ha consigliato Illy di lasciar perdere le liste civiche per dedicarsi alla nascita del partito democratico. Concorda?
Non mi sento di dare consigli a Illy, ma lo ritengo una risorsa essenziale nel percorso di un nuovo grande partito. Tanto più che Trieste e la regione – a partire dal ’93 e poi con l’esperienza di Intesa democratica – hanno aperto la strada a un processo di aggregazione e di alleanze che molti hanno guardato come un modello.
E le liste civiche?
Io credo abbiano dato un contributo prezioso negli anni, ma non è questo il punto. Saranno i promotori di quelle esperienze a decidere in autonomia sul loro futuro. Noi abbiamo bisogno di un «cantiere aperto» del nuovo partito, non di annessioni. Insomma l’arruolamento o è volontario o non è.
Niente date, però...
Alla Camera si è costituito un gruppo unitario, segno che il processo avanza seriamente e avrà tappe ravvicinate e successive. Quando arriverà il momento di tagliare il traguardo non sono in grado di dirlo, ma non sarà in un tempo infinitamente lungo.
da Il Piccolo di Trieste di domenica 11 giugno 2006, articolo di Paola Bolis
| inviato da
il 12/6/2006 alle 15:32 | |
Segnala su Facebook