COMPAGNI DI SCUOLA
Pubblicato il 15 marzo 2007Non assegnata
Come promesso eccoci al libro di Andrea Romano. La premessa è che conosco l'autore. Il che potrebbe rendere un tantino meno oggettive le considerazioni di merito. Per la verità, anni fa, ebbi qualche responsabilità (condivisa con Andrea Peruzy) nel coinvolgerlo nella Fondazione Italianieuropei (della quale divenne il Direttore). Andrea è uno storico (di formazione) e dopo aver lasciato la Fondazione è andato a dirigere (beato lui!) la saggistica di Einaudi. Inoltre fa l'editorialista de La Stampa, scrive libri (quello precedente era una bella biografia di Tony Blair), e più di recente gli è presa di andare alla televisione con una certa frequenza (nel senso che se accendete ci sono in prevalenza Vespa, Baudo, la Ventura e Lui). Aggiungo che è un giovanotto intelligente, molto colto e che scrive benissimo. Fin qui la biografia.
Il libro è un pamphlet che come tutti i veri pamphlet si fonda su una tesi (radicale) declinata coll'intensità polemica che l'autore sceglie di calibrare. La tesi di Andrea (che riassumo un po' brutalmente) è questa: il gruppo dirigente post-comunista (D'Alema, Veltroni, Fassino, Mussi e qualche altro) da più di vent'anni ha gestito le stagioni successive della sinistra italiana come una community di parenti-serpenti. Si sono scontrati, combattuti, fatti gli sgambetti, ma alla fine non hanno mai smesso di fare squadra tra loro in una logica di sopravvivenza comune che aveva, tra l'altro, lo scopo di ridurre i pericoli dell'inserimento sulla scena di altri potenziali protagonisti. L'effetto è stata una stanchezza progressiva della cultura politica del riformismo italiano, attardata tra il rimpianto del vecchio mondo e la timidezza (o reticenza) a misurarsi con i contenuti e le scelte di una sinistra coraggiosamente innovativa. Il più dotato e predisposto a gestire l'opera di rinnovamento (Massimo D'Alema) ha scelto per sé una scorciatoia che non lo ha premiato fino in fondo. Quella del governo (nel '98) e dopo aver rinunciato, nei fatti, a considerare riformabile (e dunque spendibile) quel partito che pure aveva ereditato dopo la tribolata stagione di Occhetto. Quanto agli altri (Veltroni, Fassino....) si alternano giudizi più tranchant con qualche indulgenza rivolta in particolare al segretario attuale dei Democratici di Sinistra. Tutto ciò ha reso, se possibile, la sinistra italiana (di matrice post comunista) meno simile alla sinistra di altri paesi europei, dove le leadership sono cambiate nel tempo e dove eventuali sconfitte elettorali quasi sempre coincidono con un ricambio piuttosto radicale del gruppo di testa. Insomma alla fine, dovendo dirlo con una battuta, anche la gloriosa e tormentata vicenda della sinistra italiana si risolverebbe in una sorta di "tengo famiglia". E nella necessità di affrontare, prima o dopo, quel ricambio che finora, per tante ragioni, non si è compiuto.
La mia è naturalmente una sintesi di parte e parziale (Andrea, se vuoi intervieni!). Ma nel complesso credo renda l'idea. Non farò alcuna recensione (non ne sarei capace), ma solo due osservazioni:
1. la tesi del libro contiene, a mio parere, un fondo di verità. In primo luogo perché muove da un dato innegabile (il famoso ricambio si è realizzato davvero in misura contenuta). Capisco l'esigenza del pamphlettista (radicalizzare la tesi e stimolare il confronto di merito), ma colpisce una eccessiva rimozione dell'altra faccia della medaglia. E direi così: quel gruppo di persone (qualitativamente molto diverse le une dalle altre) si è trovato a dover affrontare la pagina più complessa e devastante della storia repubblicana (triennio 1992-1994), senza dire della fine del comunismo dopo il crollo del Muro. Forse una parola in più su questo si poteva dire.
2. se una classe dirigente resta al suo posto (come pensa l'autore, oltre il tempo massimo), la responsabilità non è solo sua ma al pari di chi, venendo dopo, non ha la forza, lo spirito e l'autonomia culturale e politica per scalzare gli altri. Per cui delle due l'una. Potrei aggiungere che ogni epoca storica e ogni paese hanno la classe dirigente che si meritano, ma il punto è che da anni manca una vera alternativa (e su questo più che la critica dovremmo scomodare le categorie dell'autocritica). Ma la questione non riguarda Andrea. Casomai riguarda noialtri. E, come disse una volta un uomo acuto, quei peccati che non abbiamo avuto il coraggio di compiere.
buone cose
| inviato da
il 15/3/2007 alle 15:35 | |
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