ANCORA SU GAZA.
Pubblicato il 6 gennaio 2009Non assegnata
Una nota (spero rapida) e un rinvio.
La prima è sulla guerra di Gaza. Alcune cose lo ho già scritte, altre le avete aggiunte voi. Ma insisto. Insisto soprattutto alla luce della lettura dei giornali e di un clima che non capisco. Vediamo cosa unisce nel giudizio più o meno tutti (maggioranza e opposizione e tanti altri). La responsabilità primaria della tragedia in atto ricade su Hamas. Ha rotto unilateralmente la tregua. Minaccia e colpisce Israele col lancio continuo di razzi che hanno causato vittime tra i civili. Nega il diritto di Israele a esistere e ne teorizza la distruzione. E’ un movimento fondamentalista che fa delle azioni terroriste e suicide una prassi di fede e militanza. A questo punto si introduce una prima differenza di valutazione. Da un lato c’è chi sostiene che questo movimento politico gode oggi del consenso di una parte rilevante del popolo palestinese. Ha vinto le elezioni sconfiggendo l’ala moderata di Fatah e governa la striscia di Gaza. Annovera alcune decine di migliaia di militanti armati e mantiene un radicamento vero in una popolazione stremata e che si sente mai come oggi a rischio. Ne consegue che se si vuole bloccare la guerra in corso (che sta producendo centinaia di morti, civili donne bambini…) è necessario (ripeto, necessario) che intervenga una tregua condivisa dalle parti (Israele e Hamas) e garantita da una forza terza (la comunità internazionale, l’Onu, una forza di presidio sul terreno secondo il modello sperimentato in Libano due anni fa….). Ma, e si tratta di un “ma” assai pesante, c’è chi obietta che questo ragionamento non vale. Perché il punto non è il consenso raccolto da Hamas sul piano politico e persino elettorale. Anche Hitler godeva di parecchio consenso e proprio sulla base di quello ha dannato il Novecento. Per cui se Hamas non muta radicalmente opinione su Israele e su diverse altre questioni ogni trattativa coi suoi capi è priva di logica, fondamento, prospettiva. Questa posizione riscuote dalle nostre parti (in Italia intendo) un seguito notevole. Non è la posizione della Francia (per dire) o dell’Egitto. Ma qui da noi (insisto) è una linea che viene descritta sui giornali come origine dell’isolamento politico di chi (come ha fatto ieri sera D’Alema a Matrix) offre una lettura diversa. E dice che il punto non è parteggiare per l’una parte o per l’altra ma (dopo aver detto con chiarezza della follia politica di Hamas) riconoscere le responsabilità di ciascuno e porsi nella condizione di favorire uno sbocco, uno sviluppo. Perché la tregua (lasciamo stare il termine “pace” che è di là da venire), una tregua dicevo si può raggiungere solo se qualcuno si assume la responsabilità (avendone l’autorevolezza) di convincere le parti a fermarsi. A me pare una posizione di buon senso. E però mi chiedo: ma se invece avessero ragione gli altri (tutti gli altri) che dicono che con Hamas non si tratta e che la reazione del governo israeliano è pienamente giustificata, che non c’è stata alcuna sproporzione nella risposta militare messa in campo, e che Tzipi Livni ha perfettamente ragione a dire che a Gaza non c’è alcuna emergenza umanitaria, e che Hamas è come Hitler….ecco se avessero ragione loro (tutti loro) cosa si dovrebbe fare? Cioè cosa sarebbe giusto aspettarsi dai prossimi giorni? Cosa dovrebbero auspicare coloro che la pensano così? La distruzione di Hamas? La possibilità di eliminare una forza (un soggetto politico, un movimento popolare) che va stroncato ora (ed è già molto tardi) prima che riesca a emulare le mosse (e le azioni) del nazionalsocialismo? E’ questo che si dovrebbe fare? Oppure a un certo punto, ottenuta una vittoria schiacciante sul campo (di Gaza) il governo Olmert dovrebbe fermarsi considerando l’esito raggiunto sufficiente a dissuadere altri arabi dal seguire la follia di Hamas e delle sue posizioni? E quante vittime (civili e non) sono necessarie per poter dire che questo esito è stato conseguito? E ancora, sbaglia chi ritiene che le morti di oggi (civili, bambini….) segnano la certezza che altre vite (civili, bambini o poco più…) votino la loro esistenza all’odio e alla vendetta? E vadano presto (se non è già accaduto) ad alimentare la fila degli aspiranti terroristi e martiri? Sbaglia chi teme che dopo aver soppiantato Fatah (anche per le colpe di quest’ultimo) Hamas possa essere soppiantato (ma da Al Qaeda)? Cioè da un fanatismo peggiore? Insomma, mentre capisco la ragione (e persino la logica) di chi propone di arginare il dramma in corso e di farlo con un’iniziativa politica seria (che non può che riconoscere i soggetti in campo), non capisco dove possa condurre l’altra posizione, quella di chi difende a prescindere le scelte e le azioni di una parte ma senza indicare uno sbocco, uno spiraglio, una via di uscita. In questo passaggio stretto ci sono governi che hanno assunto delle iniziative e che stanno lavorando per una soluzione (tampone). La Francia è uno di questi. L’Italia No. Il ministro Frattini, intervenendo alla commissione esteri della Camera, ha detto pochi giorni fa che in ragione del rapporto privilegiato del nostro governo col governo israeliano egli poteva garantire che non vi sarebbe stato l’ingresso da terra nella striscia di Gaza. I fatti sono sotto gli occhi di tutti. Ecco, forse la credibilità della politica dovrebbe ripartire anche dal chiedere conto di fatti come questi. Ma non mi pare se ne parli molto. Infine, lo ripeto: magari non servirà a molto ma io vorrei che il mio partito (e altri partiti, e associazioni, e sindacati, e personalità, e giornali….) convocassero una grande manifestazione (veglia, preghiera laica, presidio…) per fermare questa guerra. Insisto, “se non ora quando?”.
Il rinvio è per Antonio del Guercio. Ho letto l’articolo di Pirani stamane su Repubblica. Contiene alcune osservazioni che a me paiono giuste. Altre cose a mio parere andrebbero aggiunte. Vorrei provare a scriverne nel prossimo post. Per oggi mi fermo qui.
Buone cose
| inviato da
giannicuperlo il 6/1/2009 alle 13:24 | |
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