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OSPITALITA' A UN MAESTRO.

Pubblicato il 13 febbraio 2009Non assegnata

Settimana intensa. Ed è dir poco. Ieri sono arrivato (in ritardo) alla manifestazione di Piazza Santi Apostoli, ma sono contento che si sia tenuta. Oggi lo sciopero di metalmeccanici e dipendenti pubblici della Cgil può segnare un passaggio importante. Per quel che vale ho aderito con convinzione. Ho letto i (molti) vostri commenti sull’avvicendamento tra Ignazio Marino e Dorina Bianchi alla guida del gruppo in commissione sanità al Senato. Era una decisione prevista da almeno un paio di mesi ma penso anch’io (al pari di parecchi di voi) che la tempistica sia stata assai poco opportuna. Per motivi talmente ovvii da apparire scontati. Comunque stamane Miriam Mafai ha scritto un bell’articolo su Repubblica. Vi segnalo anche gli interventi di Vito Mancuso (sempre su Repubblica), di Barbara Pollastrini (sul Riformista di oggi) e di Franco Monaco (sul Riformista di ieri). Penso che la nostra opposizione alla legge del governo sul testamento biologico dovrà essere ferma. Fuori e dentro il Parlamento. E credo che si debba far sentire la voce ragionata di molti. Anche con un’iniziativa mirata da prevedere nei prossimi giorni.

Qualche giorno fa Alfredo Reichlin mi ha fatto leggere il contributo che ha scritto in vista della Conferenza programmatica del Pd. E mi ha chiesto di pubblicarlo sul blog (anche per favorirne la circolazione). E' una cosa che faccio molto volentieri. Non è un testo breve, ma viviamo un tempo segnato come pochi altri dal mito della brevità. Il che non sempre è sinonimo di qualità e rigore. Comunque la pensiate sarà, credo, una lettura stimolante. Almeno per me lo è stata. I vostri commenti potete, come sempre, indirizzarli qui. Oppure, se lo ritenete, direttamente sul blog di Alfredo.

Buone cose


Un contributo alla Conferenza Programmatica

Le note che seguono non vogliono esprimere un giudizio sulla piattaforma della prossima conferenza programmatica che ancora non si conosce. Muovono da un’altra preoccupazione. Rendere più chiaro il problema di fondo che, a mio parere dobbiamo affrontare se vogliamo che le forze di progresso italiane riprendano l’iniziativa evitando di disperdersi in una lotta cieca, senza sbocco, molto pericolosa. Bisogna uscire da questo stato di atonia e di spaesamento che c’è in una parte non so quanto larga della nostra base e che è ben visibile nel distacco dei lavoratori dalla politica. Ma non insisto su questi fenomeni. Sono assillato dal problema non risolto di come quel confronto più aperto sul futuro del PD che è necessario possa svilupparsi senza alimentare una litigiosità che c’è a tutti i livelli e che pesa molto in una situazione come quella attuale in cui è molto forte, perfino drammatico, il bisogno di un impegno comune unitario. E ciò anche per la ragione che non possiamo fallire dato che non ci sono più i luoghi dove tornare indietro. Non solo noi ma il paese rischierebbe il marasma. D’altra parte (e qui sta il grande nodo che una conferenza programmatica potrebbe aiutare a sciogliere) il futuro del P.D. diventerebbe altrettanto problematico se non si affermasse la consapevolezza che alla base dei contrasti e delle rivalità personali, c’è anche il fatto che noi non abbiamo ancora risolto quel problema di cui più volte ci ha parlato Pietro Scoppola. Il fatto cioè che il paese non ha bisogno di un altro partito ma di un partito veramente nuovo intendendo con ciò la necessità di dare finalmente all’Italia un soggetto politico e un orientamento ideale sulla cui base riorganizzare una corrente democratica larga, cioè un movimento reale in grado di fare i conti ben più che con l’on. Berlusconi; di farli, finalmente, con quella che è stata (e ancora è) una sconfitta delle forze progressiste (non solo di sinistra) di lungo periodo, una sconfitta politica ma anche culturale, distruttiva di molti legami sociali e nazionali.

Sto parlando, in sostanza, di quella lunga fase storica la quale ha visto un vero e proprio passaggio di egemonia da sinistra verso destra. E che spiega certi degradi anche morali. Dopotutto è per questo che il risultato delle elezioni di aprile, pur accettabile per i voti del P.D. turbò tanto il partito. Emergeva la forza di una nuova destra anche nel sentire di massa, nel senso comune come dopo l’avvento della Repubblica non si era mai vista. Ed è di questo che si voleva discutere,cioè dell’agenda più di fondo del paese che del resto aveva già trovato una consapevolezza nel discorso del Lingotto. E questa agenda resta, con in più (per fortuna) la grande novità della crisi mondiale e della vittoria di Obama. Dunque, aveva ragione Scoppola: è questo passaggio storico la conferma che non di un altro partito, sia pure con caratteri in parte nuovi ha bisogno questa Italia in declino,ma di una forza realmente capace di rispondere alle domande inedite del mondo di oggi. Non sarà facile. Ho visto che un uomo tra i più intelligenti come Paolo Gentiloni ripropone il dilemma se andare avanti con il PD “a vocazione maggioritaria”oppure tornare al passato, quello che lui chiama “il vecchio recinto della sinistra”. Egli ne vuole uscire. Fa benissimo. Ma è triste il fatto che siamo ancora a queste polemiche. Non si riconosce nemmeno che la sinistra da un pezzo è uscita dai suoi confini e lo ha fatto, non per coprirsi il capo di cenere ma perché sa di non essere in grado lei, da sola, di federare una maggioranza riformista (ma la si rispetti questa sinistra che dopotutto, come i voti dicono rappresenta il solco più profondo della storia del popolo nostro).

Mi scuso con Gentiloni ma se gli rispondo è perché mi sembra davvero giunto il momento di capire che la condizione per costruire un partito “a vocazione maggioritaria” è che tutti noi (i socialisti come gli ex margherita e gli ex popolari) ci impegniamo nella elaborazione di una nuova sintesi. E nuovo --mi permetta Gentiloni- anche rispetto al “pensiero unico” di questi anni che non coincideva esattamente col pensiero della sinistra. Cerchiamo quindi di elaborare nuove idee e far vivere nuove pensieri. Le elezioni americane ci danno la dimensione del problema. Proviamo solo a misurare la distanza che c’è tra la miseranda volgarità del discorso pubblico italiano e l’inconcludenza della nostra chiacchiera politica rispetto al modo come il nuovo presidente degli Stati Uniti ha indicato l’agenda politica non solo del suo paese ma del mondo. Balzava agli occhi la forza con cui Obama ha indicato la necessità di una svolta anche etico-politica che si basasse su un rapporto diverso e più democratico tra le diverse componenti del suo popolo (bianchi e neri, ricchi e poveri) e lo Stato-nazione. E insieme a questa idea forte le altre due grandi novità: la questione sociale e quindi la necessità di una redistribuzione del reddito e della ricchezza; la mano tesa agli altri popoli e alle altre religioni in nome della consapevolezza di un comune destino. E’ stato un vero e proprio appello a rimescolare le carte. Naturalmente, la possibilità che alla prova dei fatti il nuovo leader americano potrebbe deludere, esiste. Ma questo non significa che le cose resteranno come prima: è il terreno di gioco che è cambiato. Con la conseguenza che molte delle idee e delle culture riformiste che caratterizzano il P.D. appaiono spiazzate. Penso alla illusione mai dichiarata (ma esistente) di fare del P.D. una riedizione della socialdemocrazia con appendici cattoliche. Oppure alla idea secondo la quale il modello per il PD doveva essere quello di un partito all’americana, inteso come un partito del leader, sostanzialmente elettorale, senza reale vita di base organizzata (non per caso qualcuno non voleva nemmeno il tesseramento) e che fonda la sua legittimità sul consenso di tipo plebiscitario dei sostenitori non dei militanti. Per non parlare dell’anacronismo della corrente cosidetta “liberal” (il fondamentalismo di mercato come misura di tutte le cose) che nei DS non superava il 3 per cento dei consensi ma che nel P.D. occupa ancora le posizioni chiave, nonostante sia stata smentita clamorosamente dai fatti. Bisogna uscire da questo battibecco, bisogna elaborare una nuova sintesi.

E allora comincio io col dire che le maggiori responsabilità pesano sulla componente che viene dalla sinistra. Era largamente maggioritaria ma è andata alla unificazione priva di ogni ideologia (intesa non come falsa coscienza ma come sistema di idee) e senza fare fino in fondo i conti con se stessa. Cioè con le ragioni più profonde della sua crisi. E questo io lo dico non per rimestare l’acqua nel mortaio del passato né perché ignori certi successi (l’Euro, il governo, i sindaci) ma perché sia chiaro come la novità di questo passaggio storico rimette in discussione questo autentico “silenzio dei comunisti”. Del resto soltanto oggi e nel momento in cui essa è venuta meno noi ci rendiamo conto di quale concreta architettura del mondo si era venuta formando da molti anni più o meno del tornante degli anni ’70. Di questa costruzione la sinistra non si è mai resa ben conto e ciò spiega, io credo il carattere non episodico della sua crisi. Ma anche i cattolici democratici dovrebbero sapere che pure di loro si sta parlando. La verità è che le forze progressiste uscite vittoriose dal fascismo e protagoniste della costruzione dell’Italia democratica non sono state in grado di misurarsi con l’avvento di una forma nuova e inedita del capitalismo globalizzato, il quale riduceva la politica a strumento subalterno dell’economia, come mai era accaduto prima, almeno dalla nascita dello Stato moderno. E’ vero che alla base c’è stato, con tutto il suo carico di fattori drammatici e di sanguinose utopie (oltre che di grandiose speranze) il crollo del comunismo. Ma tutto ciò fu interpretato come “fine della storia”, volendo dire con ciò fine delle alternative, non solo possibili ma pensabili: il mercato governa, i tecnici amministrano, i politici vanno in TV. E quindi di che si occupano i partiti se non del sottogoverno? Scherzo, ma è evidente che il riformismo debole e subalterno rispetto al pensiero dominante di questi anni non poteva che spingere la sinistra ai margini dei nuovi conflitti che si creavano.

Se le cose stanno così la sostanza del programma dovrebbe consistere, a mio parere, nell’indicare dove si colloca adesso il partito democratico. Quale visione ha delle nuove sfide e se è in grado di elaborare una cultura politica nuova: nuova in quanto liberata da vecchi schemi del passato e in grado di misurarsi con un passaggio storico, che forse è il più grandioso e il più profondo che il mondo ricordi. Parliamo tanto di partiti nuovi ma non so se poi ci rendiamo conto del fatto che è venuto in discussione non solo un modello economico, ma un vero e proprio “ordine”, quella “rivoluzione conservatrice” che venne dopo la fine del compromesso tra il capitalismo e la democrazia, cioè della stagione che aveva consentito le grandi conquiste del dopoguerra. E dico rivoluzione e non restaurazione conservatrice perché essa ricavava la sua potenza dal fatto che poteva far leva su fenomeni nuovi e grandiosi. L’esplosione di una nuova rivoluzione tecnico-scientifica (dopo quella d’inizio secolo dell’elettricità e dell’automobile) che superava le vecchie frontiere dello spazio, del tempo e della natura (il digitale, l’informazione, le bio-scienze). E tutto ciò nel quadro anch’esso di portata storica determinato dal declino (e poi dal crollo) dall’URSS e dell’affermarsi di una “superpotenza” senza rivali e senza precedenti nella storia moderna, paragonabile solo alla Roma di Augusto. Risultato: una enorme concentrazione di potere economico, militare, scientifico, ideologico, mai visto. Ed è quel potere che assumeva la guida di quell’altro grandioso fenomeno in atto che era la mondializzazione: nuovi mercati, e avvento di nuove potenze. Detto in due parole: l’Occidente (questo straordinario miscuglio di Smith e Marx) finiva di comandare. Si comincia allora a capire la profondità della crisi certamente delle sinistre ma non solo di esse. Alla coscienza cattolica questa vicenda non interessa? Non si dirige un grande partito facendo solo delle polemiche su chi comanda. Tutti ci riempiamo la bocca con la mondializzazione ma il problema era capire con quali strumenti essa è stata guidata. Non ripeto qui come è avvenuta la finanziarizzazione dell’economia. Dico solo che, di fatto, gli Stati nazionali cedevano il comando per ciò che riguarda l’essenziale, cioè la politica monetaria e la capacità di influire in modo decisivo sulla allocazione dei capitali.

Tutti gli Stati, meno uno: gli Stati Uniti d’America, cioè il paese che deteneva il dollaro, la moneta che, di fatto, misurava il valore degli scambi mondiali. E’ così che gli Stati Uniti hanno potuto attirare qualcosa come l’80 per cento del risparmio mondiale ed è in questo modo che hanno finanziato in deficit i loro grandi investimenti anche militari e il loro modo di vivere. Altro che modello da imitare. Il paese più ricco del mondo viveva a credito saccheggiando il risparmio del mondo perchè in realtà era il solo che poteva farlo. Noi facevamo il “partito dei sindaci”, senza più alcuna idea che non fosse la politica del giorno dopo mentre una folta schiera di intellettuali anche di sinistra si incaricava di inneggiare alla missione storica del “Paese di Dio” contro i nemici della civiltà. Per fortuna la globalizzazione è stata anche altro (non dimentichiamolo). Ha rappresentato, anche grazie ai nuovi flussi finanziari e all’allargamento dei mercati una leva potente per spezzare in molte zone del mondo antichi limiti allo sviluppo. In venti anni qualcosa come un miliardo di esseri umani è entrato nel circuito della produzione dei consumi e dell’informazione. Ed è anche vero che tutto questo è figlio di una grande ondata di innovazioni il cui centro era collocato proprio nelle Università e nei centri di ricerca degli Stati Uniti. Che strano mercato: mai politica ed economia si sono così confuse.

La conseguenza è che una gigantesca ondata di danaro, che non rendeva conto a nessuno e non aveva rapporto con la produzione reale, ha percorso il mondo arricchendo enormemente una ristretta oligarchia ma creando al tempo stesso nuove povertà. Una parte dei ceti medi, spinta a consumare a credito nella illusione che il denaro si faceva giocando col denaro, è stata declassata. Il lavoro salariato è stato reso più povero e più precario, e anche questo nel silenzio di molti esperti nell’inventare nuovi strumenti di flessibilità dei mercati del lavoro ma indifferenti alla macroscopica realtà della trasformazione del lavoro non solo in merce ma in merce da scarto. Mi scuso per questo rigurgito di classismo. Però non si tratta del vecchio classismo degli straccioni se è vero che i top manager guadagnavano anche 100 volte più dei professori universitari di ingegneria o di filosofia morale. Perché tanta parte del mondo progressista ha chiamato tutto questo “riformismo”? In effetti le conseguenze politiche di questo “riformismo” sono state enormi. Si è creato un divario crescente tra la potenza delle forze che controllano i centri del potere (dalle reti dell’economia finanziaria agli strumenti che diffondono le conoscenze, i modi di pensare e l’informazione) e la debolezza dei vecchi ordinamenti, tale ormai da rendere sempre più incerta la difesa della democrazia e dei diritti e sempre più insicura l’esistenza delle persone, il lavoro, i progetti di vita e al tempo stesso le identità, le culture, le religioni. Che tipo di società umana si sta formando? La domanda più importante a me sembra questa. E io credo che solo a partire da questo fondamentale interrogativo una forza come il Partito democratico può apparire alla gente per quello che gli italiani attendono che sia: una chiara alternativa democratica e morale alla destra. E solo così può riuscire ad essere l’incontro di culture diverse capaci di leggere il mondo con categorie nuove rispetto anche a quelle classiste. Si sta creando, e con quali caratteri, una nuova “questione sociale”, e ciò non solo come rapporto tra ricchi e poveri ma come bisogno crescente di un nuovo posto della persona e della sua sostanza umana, e quindi della sua libertà e capacità nel divenire del mondo. E’ qui che io vedo la risposta in positivo a quell’”amalgama mal riuscito” di cui ha parlato D’Alema. Qui sta il nuovo punto di incontro tra valori socialisti, cattolici e liberla-democratici. Dopotutto è questo il vero banco di prova del Partito democratico. Sarebbe una grande sciocchezza se gli ex popolari pensassero che per far valere il loro potere contrattuale verso gli ex comunisti essi devono arroccarsi su una linea moderata.

E’ vero il contrario. Il PD non va da nessuna parte se le maggiori componenti non si accordano sul fare di esso lo strumento capace di misurarsi con i nuovi problemi anche spirituali, anche antropologici della moderna umanità. Che cosa rischia di essere il futuro dell’umanità? Basta porsi questa domanda per capire che è tempo di restituire al pensiero e alla missione politica del riformismo il suo oggetto vero, che è la critica delle forze dominanti come si sono affermate in conseguenza di questa grande mutazione dello stesso capitalismo. Certo, non sarà una impresa facile ma qui sta il nostro compito. Esso non è eludibile. La questione che si pone è la stessa del dopo la crisi del ’29: cioè quali partiti e soprattutto quale democrazia usciranno da questa crisi. La risposta non è affatto ovvia. Un frenetico consumismo a debito alimentato da una martellante pubblicità e dal denaro a costo zero ha fatto finora da volano alla crescita economica. Che cosa lo sostituirà? E chi sostituirà le grandi banche d’affari nel governo dei flussi finanziari?

Il programma economico del PD non può non partire che da questi interrogativi. Un personaggio come Joseph Stigliz ci dice una cosa su cui conviene riflettere molto. Sostiene che, dal momento che non regge più un capitalismo come quello che abbiamo conosciuto finora, basato per quattro quinti sui consumi la sola alternativa a un protezionismo disastroso sarà egli –dice- un capitalismo basato sugli investimenti e su una redistribuzione della ricchezza mondiale e, all’interno dei vari paesi, della ricchezza tra i vari ceti sociali. Perché solo la redistribuzione potrà rimettere in moto la produzione e i pistoni del motore economico. Per non parlare della necessità di cambiare un modello di sviluppo che ci sta portando a una catastrofe ambientale. Se questo è vero, significa che è nelle cose il bisogno di qualcuno in grado di rappresentare quella che sarà una nuova base sociale, una base che sarà molto diversa dall’attuale: una società che esprimerà bisogni umani più che consumi superflui indotti dalla pubblicità. E quindi domanderà nuovi beni, e quindi una redistribuzione della ricchezza. Questo è il tema del nuovo riformismo. Sarà imposto dalle cose. E se non lo assumerà il P.D. altri prenderanno il suo posto e allora non basterà mettere in campo la faccia di un nuovo sindaco o di un nuovo imprenditore. Abbiamo un bisogno vitale di un partito vero. Un partito fortemente insediato nella società se è vero che il problema dominante è come evitare il rischio che il paese si disarticoli.

Non si tratta solo del fatto che la distanza fra Nord e Sud sta diventando abissale. E’ l’attrezzatura complessiva dell’Italia (la cosidetta competitività totale dei fattori) che perde colpi in rapporto ai paesi più moderni. Questo è il dato. E’ il capitale sociale, fisico ed umano, dell’Italia che si sta impoverendo. Sembriamo ricchi perché una società di vecchi ha difeso corporativismi, rendite e privilegi ponendo sulle spalle delle nuove generazioni il pagamento di un debito immenso (il terzo del mondo) che si è accumulato per fare soldi e non per costruire scuole, laboratori scientifici, servizi moderni, ferrovie veloci, interventi per salvaguardare l’ambiente e valorizzare la cultura e la bellezza del paese. E’ il potenziale produttivo (ivi compreso l’insieme delle conoscenze) che è stato colpito e in ciò sta la verità della protesta di un certo mondo dell’imprenditoria. Sono quindi le forze produttive moderne, il lavoro come l’impresa, come l’intelligenza, la creatività e la cultura che bisogna rimettere in movimento. Sono evidenti le responsabilità delle classi dirigenti e di quel mondo volgare ed arricchito di cui la tv ci narra i fasti. Ma la sinistra non è innocente. E se vuole riprendere l’iniziativa e uscire da questa stanca rissa tra falsi riformisti e falsi rivoluzionari deve assumere lei il compito (che, del resto solo lei e non la destra può assumere) di creare le condizioni politiche (democrazia, diritti, regole) e sociali (giustizia, partecipazione) cioè quelle condizioni non strettamente tecniche ed economiche senza le quali è impossibile rimettere in moto lo sviluppo delle forze produttive. Altrimenti si rischia un vero e proprio crak del sistema democratico.

E una scelta difficile perché riguarda la struttura dei poteri (i misteriosi poteri italiani che sono più forti dello Stato) oltre che la redistribuzione delle risorse. Il che conferma che abbiamo bisogno di un partito certamente articolato ma che sia un partito vero. Con una testa che esprima una volontà e una strategia non un confuso movimento. Un partito insediato nella società e capace di dare ad essa una nuova “forma”. Quale forma? L’idea i fondo è molto semplice. La cultura economica del nuovo partito sarà tanto più aperta al mercato e alla libera impresa quanto più farà leva sul fatto che l’avvento della cosidetta economia post-industriale e della società dell’informazione richiede e, al tempo stesso, esalta risorse di tipo nuovo, non solo materiale: risorse umane, saper fare, cultura, creatività, senza di che la tecnologia serve a poco. Insomma fare emergere l’altra possibilità insita nel post-industriale, e cioè il fatto che una nuova coesione sociale può diventare lo strumento più efficace per competere. Ma il nuovo partito non vivrà se non sarà il portatore di una più alta visione etico-politica, se non sarà percepito come la guida degli italiani che si incamminano lungo le vie del nuovo mondo.

Alfredo Reichlin
Roma, 5 febbraio ‘09.



permalink | inviato da giannicuperlo il 13/2/2009 alle 12:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (283) | Versione per la stampa


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