OGGI ALLA FIERA DI ROMA.
Pubblicato il 21 febbraio 2009Non assegnata
Ho passato la giornata alla Fiera di Roma. Si doveva scegliere tra le primarie e l’elezione di un segretario fino al Congresso. E’ prevalsa la seconda ipotesi e l’assemblea ha eletto a scrutinio segreto Dario Franceschini. Ho salutato tante persone (c’era Pina, la mia compagna di banco preferita). Ad un certo punto (come sempre intorno all’ora di pranzo) ho parlato anch’io e ho detto questo:
“Penso che a venir meno in questi giorni non è stata soltanto una leadership, con le sue responsabilità e anche i suoi meriti. A venire meno è stato l’impianto politico e culturale che ci ha guidati fino qui.
Quindi è una crisi del progetto quella che discutiamo oggi. Una crisi profonda del modo in cui lo abbiamo inteso e realizzato.
Penso che lo smarrimento di tante persone, fuori e dentro questa sala, si giustifica così. Nell’aver investito sentimenti e passioni in un Partito che sinora non ce l’ha fatta. In questo ha torto Veltroni a dire “io non ce l’ho fatta”.
La verità è che noi tutti, ognuno con le sue responsabilità, “non ce l’abbiamo fatta”. E oggi con una durezza imprevista, siamo messi di fronte ai limiti di questa operazione. A me pare giusto – e persino doveroso – muovere da qui. Mentre penso che rovesciare le colpe sulle divisioni, possa forse placare gli animi. Ma non risolve il problema.
Ora, dire che si è davanti a una crisi dell’impianto culturale che ci ha guidati non è solo elencare una serie di incertezze tattiche e di gestione. Che pure vi sono state. Come ci sono state, in questi mesi, altre scelte di segno diverso e positivo.
Ma la sostanza resta. E investe l’idea di partito che abbiamo posto a base di una nuova stagione del centrosinistra e della democrazia italiana. L’idea – a mio parere, sbagliata – che il nuovo Partito, per nascere, per vivere, per allargare il suo consenso, dovesse accantonare ogni possibile contrasto. Contrasto di valori, di soluzioni, di linguaggio.
Il risultato è che abbiamo progettato un’architettura complessa. Ma abbiamo confuso il disegno con la realtà. E soprattutto abbiamo rimosso un aspetto decisivo che riassumo così. Abbiamo allontanato da noi quei temi (la risposta sul “chi siamo” in Europa e nel mondo / la bioetica / le nuove libertà della Persona…) che nello stesso istante garantivano il successo di leadership innovative in altri paesi, anche più importanti del nostro.
Insomma abbiamo pensato a un modello di Partito senza tener conto del mondo.
Ci siamo innamorati di un’idea. Anche bella. Suggestiva. Ma slegata dalla realtà.
E’ accaduto così che un partito nato per uscire dalla crisi delle vecchie culture ha faticato a misurarsi con un mondo travolto dai mutamenti. Con un’economia e una democrazia diverse da prima e che chiedono a una cultura politica di spiegare che cos’è, con chi sta, per cosa si batte.
Ma questo richiede il coraggio delle parole. E la coerenza delle posizioni.
Chiede di dire, ad esempio, che le “ronde democratiche” sono un abuso intollerabile ma sono anche segno di uno sfondamento culturale e del fatto che da 15 anni non siamo capaci di indicare una risposta altrettanto forte allo slogan regressivo della “tolleranza zero”.
Chiede di dire che il compito dello Stato non è rinunciare alla sua vocazione sociale come vorrebbe questa destra. Uno Stato che militarizza il territorio e vigila sulle frontiere. Per noi lo Stato è ancora e soprattutto “giustizia sociale”, opportunità eguali per chi nasce nel cuore di Milano o in fondo alla Calabria.
Chiede di non collocare i temi dell’etica ai margini della politica, proprio mentre negli Stati Uniti un outsider batte la destra anche nel nome di una battaglia di progresso sulla frontiera dei diritti di civiltà.
Viene da dire, peccato per noi. Io però non penso che la sconfitta sia irrimediabile. Penso l’opposto.
Penso che la crisi sociale devastante che si consuma qui come altrove, insieme alle risorse umane straordinarie di questa nostra comunità, possano trasformare la sconfitta di oggi in una vittoria nel futuro. E in un futuro prossimo. Ma il requisito perché questo accada è nel cogliere la ragione della nostra sofferenza. Il punto è che noi non abbiamo sbagliato la scelta di un uomo. Noi abbiamo sbagliato una politica.
E allora, per uscire da questa crisi non possiamo agire in continuità con tutto ciò che si è fatto sinora. Perché se lo facessimo, non potremmo spiegare fuori da qui i motivi della nostra sconfitta. Noi dobbiamo modificare radicalmente una impostazione e un pensiero. Per questo abbiamo bisogno di un Congresso. Dove affrontare questa discussione. Dove modificare uno Statuto apprezzabile per l’ingegnosità ma estraneo alle cose terrene.
Si è deciso che non lo si può fare subito. Mancano gli iscritti. Mancano i tempi, e dobbiamo prepararci come è giusto al voto di giugno. Capisco.
Mi permetto soltanto di dire che il tema della discontinuità rimane. E che chi guiderà il Partito da questa sera, da domani, dovrà farsene carico. Altrimenti il rischio è di ricominciare tra una settimana come una settimana fa.
Ma questo sarebbe troppo anche per quanti – e sono tanti – continuano quasi con disperazione a credere che da questa crisi profonda si possa uscire.
Ecco perché vorrei sentire dal futuro Segretario che si avvia davvero una discussione politica. Seria. Serena. Dove se uno non è d’accordo e lo dice non gli si risponde che fa un danno a quelli che stanno perdendo il lavoro o che non sanno come arrivare a fine mese.
Vorrei sentire che tutti insieme lavoreremo per dare un senso al progetto di un grande Partito Democratico. Che significa tornare a scegliere. E a dire con chiarezza poche cose. Da subito.
Per esempio che nella complicata discussione sul testamento biologico, noi non difendiamo un punto di vista “etico”. Ma difendiamo un principio “liberale”, che è una cosa diversa. Ma non è una differenza da poco.
Vuol dire che di là ci sono i paladini di una “verità”. Di qua, i difensori di una “regola” e dell’unica clausola possibile della “convivenza” tra etiche diverse. E allora va benissimo la libertà di coscienza. Ma un partito come il nostro non può – proprio non può – accettare che una legge dello Stato sottragga anche ad un solo cittadino la sua libertà a decidere del proprio corpo e della propria dignità.
Non c’entrano in questo l’etica o la fede. C’entrano lo stato di diritto. L’idea che abbiamo della democrazia. Della libertà. Della responsabilità di ciascuno di noi. Temi non “nuovi”, Dario, ma “antichi”. E che chiedono a un partito come il nostro l’espressione di una linea chiara.
Il punto è che un Partito che fa della “democrazia” l’ispirazione della sua identità non può consentire a una concezione “etica” o di parte di prevalere sul principio universale dell’uguaglianza dei cittadini dinanzi alle leggi dello Stato.
Ecco perché è grave l’astensione della nostra capogruppo nella commissione sanità del Senato sul disegno di legge del governo in materia di fine vita. Il punto non è la libertà di coscienza – la coscienza – che è cosa sacra. Il punto è la tua, la nostra identità. E’ il cosa siamo. Il come veniamo percepiti, nel momento in cui si consuma quello strappo, da milioni di persone che guardano a noi con fiducia e convinzione.
E’ solo un esempio. Ma serve a dire che ogni discussione sul futuro, ogni appello al rinnovamento, ogni legittima ambizione dei singoli non dovrebbe mai più essere slegata da una chiarezza di fondo su scelte e contenuti.
Le sole cose - scelte e contenuti - che trasformano la politica da esercizio della tecnica in una appassionante battaglia delle idee. In una tensione costante e infinita per allargare libertà, diritti sociali, l’uguaglianza nelle opportunità. Quei valori che fanno della nostra scelta il tentativo coerente di far vivere oggi e nel futuro quella denominazione, quell’ambizione che ci ha portati a essere in questo Paese il Partito Democratico.”
Buone cose
| inviato da
giannicuperlo il 21/2/2009 alle 21:28 | |
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