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SENZA TITOLO.

Pubblicato il 19 dicembre 2009Non assegnata

Manco mi scuso più del ritardo. Tanto non mi credereste. Comunque è stata una settimana interessante. L’altro ieri pomeriggio abbiamo chiacchierato del libretto a Via dei Giubbonari. Eli ne ha raccontato in calce al post precedente. E’ stata una conversazione rilassata e piacevole (che di questi tempi è già moltissimo). Avevo in animo di scrivere un post interamente dedicato all’evento più rilevante degli ultimi giorni: l’avvistamento di un Ufo triangolare sopra il Cremlino, ma il commento 310 ha stroncato sul nascere l’idea. E comunque fareste bene a non sottovalutare l’ipotesi (invero remota) di un attacco alieno. La cosa, a volerla scorgere dal lato giusto, potrebbe non riservare solo sorprese negative. Ma lasciamo perdere che altrimenti mi fate nero come col basket.

Dunque, ieri mattina a Padova il governatore della Banca d’Italia, Mario Draghi, ha spiegato che il sistema italiano degli ammortizzatori sociali deve essere profondamente riformato, perché "circa 1 milione e 200mila lavoratori dipendenti non avrebbero copertura in caso di interruzione del rapporto di lavoro. A questi si affiancano 450mila lavoratori parasubordinati che non godono di alcun sussidio o che non hanno i requisiti per accedere ai benefici introdotti dai provvedimenti del governo". Draghi ha pure ricordato che nel terzo trimestre il Pil è salito dello 0,6%, interrompendo una sequenza di cinque cali consecutivi, e che la ripresa è stata guidata dal recupero delle esportazioni. Lo 0,6%: anche se proiettato su scala annua non c’è da stappare lo spumante. Tutto questo mentre la Camera ha licenziato una finanziaria di misure parziali o tampone, senza una strategia e un filo a darne il senso. In compenso la misura sulla dismissione, con vendita all’asta, dei beni sequestrati alla mafia è rimasta tal quale era, anche se il governo ha spiegato che ci saranno diversi filtri a prevenire che la mafia si ricompri il bentolto. Ora, su questa vicenda della crisi ho sentito da Cesare Damiano un’osservazione giusta. Noi (giustamente se osserviamo gli indicatori disponibili) abbiamo denunciato la gravità sociale della crisi (cioè l’impatto su salari stipendi pensioni e consumi). Eppure a questa drammaticità non corrisponde una mobilitazione sociale significativa. Come spiegarlo? Certo, paghiamo il dazio di una divisione delle sigle sindacali, ma non è solo questo. Immagino che alcuni tra voi avranno il riflesso di dire che una parte di responsabilità è legata alla scarsa efficacia delle opposizioni. Personalmente anche questa risposta mi suona parziale. Insisto, forse dovremmo scavare meglio non solo negli effetti della crisi ma nella composizione effettiva della società italiana dopo un decennio e più di trasformazioni radicali nell’assetto, nella struttura e nelle forme che è venuta acquisendo la sua rappresentanza (sociale e politica). Noi abbiamo su questo piano i nostri problemi (avete presente il dibattito su cosa abbia o meno sostituito la vecchia logica dei blocchi sociali…), ma al di là di noi, le spinte a frammentare, localizzare e rendere sempre più corporativi gli interessi mi sembra rappresentino un nodo tra i più seri. Il saggio di Salvatore Rossi (che vi ho proposto in una sintesi estrema) si muoveva su questa frontiera con tesi persino provocatorie (e non a caso diversi tra voi si sono sentiti provocati). Vi suggerisco una rapida navigazione nel sito Lavoce.info per approfondire alcune altre chiavi (e naturalmente il rapporto di Nens sulla diseguaglianza sociale elaborato da Maurizio Franzini e Michele Raitano e rilanciato sul blog da Keynesiano). Piaccia o meno da questo snodo dobbiamo passare.

E’ scoppiata una mezza querelle sulle frasi di D’Alema a proposito del termine “inciucio” e dell’ipotesi che la destra si voti la sua leggina salva-premier ma eviti di sfasciare l’ordinamento giudiziario. Sul merito ha ben scritto Ritaz, riportando il contesto della frasi di D’Alema nell’intervista al Corriere. Nella sostanza, nessuno (tantomeno l’ex ministro) ha detto che noi saremmo pronti a scambiare una leggina salvacondotto con altro (magari la riforma elettorale). Il concetto (in sé era un paradosso), diceva: “se proprio avete l’angoscia di bloccare “un” processo, fate una legge su quello, ma evitate uno sbrego dell’intero sistema col blocco di centinaia di migliaia di procedimenti. Poi è del tutto ovvio che noi voteremo contro, ci opporremo e saranno gli organi di controllo e garanzia (a partire dalla Consulta) a giudicare sul merito della vostra scelta”. Non voglio però eludere il nodo (vista anche la discussione avviata in queste ore e i vostri commenti alla questione). Per provare a spiegare come la vedo, riproduco qui di seguito due paginette del mio solito libretto (a proposito, lo avete comprato????? No, che non lo avete comprato. Lo so perché batto palmo a palmo le librerie e vedo copie intonse, per cui almeno vi beccate il libro a pillole sul blog!). Mi permetto la riproduzione per dire come il tema è posto da tempo (queste righe le ho scritte diversi mesi fa). Aggiungo solo che sarebbe saggio stare al merito evitando di usare termini che inevitabilmente sono destinati a falsare il senso delle cose che si dicono. Faccio un esempio. Nessuno (credo) può negare che in politica (e soprattutto nelle istituzioni) sia ragionevole misurare i rapporti di forza e ricercare le mediazioni e gli accordi necessari (in particolare quando si parla di regole che valgono per tutti). Già in altre occasioni vi ho stancato con l’elogio (splendido) di Amos Oz della parola “compromesso”. Il punto è che se un termine – ad esempio, inciucio – si carica nel tempo di una percezione negativa (anzi, micidiale), poi non funziona l’artificio retorico di definire alcuni “inciuci” positivi o necessari….meglio sarebbe lasciare la parola alla sua percezione. Però questa è una banale digressione linguistica, tornando al merito vi allego le paginette:

“Ho iniziato queste note citando il quindicennio di Berlusconi. Quindici anni sono molti. L’età giolittiana è durata meno. Meno sono durate due guerre mondiali. Invece noialtri siamo ancora qui, anno dopo anno. Con un periodare anomalo, nel senso di protagonisti più o meno identici di una vicenda dove cambiano comparse e figuranti. Di là c’è quello incapace di rispettare norme e principi. Padrone della sua metà campo. Di qua l’opposizione più o meno tonica col corredo di sensori d’opinione trasmutati in partigiani. Nel mezzo la lingua di un conflitto aspro e l’incubo di un regime screanzato. Cosa non torna? Il tempo appunto. Lo scarto tra gravità della scena e ritardo dello sbocco. Alla fine a questo volevo approdare. Alla scarsa corrispondenza tra l’altezza del tono e la natura della replica, almeno per quanto riguarda noi, la politica e l’opposizione di oggi. Mettiamola così, con una domanda. Si può per degli anni ritenere a rischio la tenuta del sistema senza trarne le conseguenze? Cioè si può parlare di un profilo autoritario del potere e argomentarne la natura senza armarsi per sventare il piano? Me lo sono chiesto spesso e in queste pagine ho cercato, coi limiti del caso, di dare uno sguardo al carattere del populismo a noi più prossimo. E allora a non convincere, almeno me, è l’idea di una normalità della politica nella eccezionalità della storia. Questa destra è davvero un pericolo per la democrazia italiana? Pensiamo sia il viatico di un asservimento di poteri sovrani al volere di un Capo non legittimato a tale ruolo? Ma se di questo si tratta una forza popolare e democratica ha il dovere di azionare leve impreviste e apparentemente incoerenti col disegno formale di un bipolarismo accademico. Perché se l’obiettivo è “liberare” il paese e le sue istituzioni da un’ipoteca destinata a travolgerne natura composizione regole, compito di chi si oppone è prima d’ogni altra cosa ristabilire l’ordine. Tradotto, vuol dire illustrare le ragioni di un’alternativa parlamentare fondata sul superamento definitivo della lunga anomalia italiana. Perché delle due l’una: o l’Italia è prigioniera – adesso, non in un futuro indefinito – di una regressione civile e democratica dagli esiti penosi, e dunque l’unica cosa da fare è dare un’alternativa allo sfascio nel nome di valori superiori, oppure quella diagnosi non corrisponde fino in fondo alle nostre convinzioni e allora si giustifica un’azione sociale e politica di più lunga lena. Scenario quest’ultimo a mio parere più convincente per diversi motivi e non ultimo per la maturità bipolare dei due principali insediamenti del consenso. A non reggere è la combinazione tra la retorica del regime e una reazione costretta nella dialettica consueta. Ecco, questo strillare in un ambiente ovattato non basta e non convince più. Anzi, l’impressione è di un danno se l’intensità della voce non si accompagna all’azione. Rimanere chiusi in questo limbo non aiuta il paese e non favorisce noi. Rafforza, questo sì, il ruolo di chi nell’amplificare la voce trova visibilità. Ma la politica non è solo megafono e a intenderla così si finisce con lo svilirla. La politica, se nel caso, agisce come un medico. Ascolta i sintomi, pronuncia diagnosi, impugna il bisturi e sa anche ricucire i tessuti. Noi adesso siamo davanti a questo bivio. Come chiudere e archiviare il quindicennio. Non lo potrà fare un talk di prima sera e neppure, da sola, l’indignazione di milioni di cittadini. Servirà anche quello. Ma infine toccherà alla politica dire cos’è diventata e come pensa di restituire a una nazione e a uno Stato la chiave del loro avvenire. In fondo avevo inteso che eravamo nati per questo. Adesso è tempo di mostrarlo in pubblico. Se sceglieremo, dunque, la costruzione paziente di un consenso maggioritario, in altre parole se decideremo di sconfiggere la destra sul piano culturale e sociale, allora bisognerà armarsi come si conviene. Ridare un filo all’elaborazione di idee e scenari. Rimpolpare gli assunti teorici e l’impianto delle soluzioni. Scomodare saperi e intellettuali. Arruolare novizi ma ben piantati nella società e nelle professioni. Caricarsi in spalla zaini attrezzati e incamminarsi con fiducia. Evitando di delegare ad altri il compito di urlare alle fiamme per l’ennesima volta. Così, tanto per scatenare l’isteria velleitaria di chi vuol spegnere l’incendio senz’acqua. Insomma, se temiamo un regime lo si combatte con furia. E lo si abbatte. Altrimenti, si torna a far politica e si creano premesse e condizioni per sovvertire nel voto popolare rapporti di forza tuttora sfavorevoli. A non reggere più, penso, è il messaggio di chi arruola partigiani senza proclamare la Resistenza. O viceversa, la consolazione di un riformismo delle regole quasi indifferente al conflitto reale. In fondo siamo nati per cambiare l’Italia. Ecco, è ora”.

Per chiudere, la cosa davvero più importante di questi giorni. Non saprei cosa scrivere che già non abbiate letto e scelgo una citazione. Questa. “Il viaggio non durò che una ventina di minuti. Poi l’autocarro si è fermato e si è vista una grande porta e sopra una scritta vivamente illuminata (il suo ricordo mi ripercuote ancora nei sogni): ARBEIT MACH FREI”. (Se questo è un uomo, Primo Levi).

Buone cose



permalink | inviato da giannicuperlo il 19/12/2009 alle 15:58 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (224) | Versione per la stampa


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