GLI ALTRI.
Pubblicato il 23 aprile 2010Non assegnata
Purtroppo non sono momenti felici quanto a salute (malanni di stagione, s’intende), ma ho dovuto rinviare due appuntamenti fissati per oggi. Per i pochi interessati dico che l’incontro di Verona è stato aggiornato a venerdì prossimo (il 30) alle 18.00, mentre la serata a Scandiano la sera precedente alle 21 (il 29).
Sulla giornata di ieri avete letto e sentito tutto. Nel mio piccolo ho ascoltato in diretta sia Fini che Berlusconi. A me è sembrato che il presidente della Camera abbia fatto un lungo discorso centrato sull’asse Destra e Nazione. La replica non mi è parsa misurata al tema.
Oggi esce sul settimanale “Gli Altri” una mia risposta all’editoriale di Franco Giordano pubblicato da quello stesso giornale due settimane fa. La riproduco qui sotto.
“Caro Direttore, Franco Giordano ha sollevato sul tuo giornale questioni di fondo. La dimensione della sconfitta alle regionali, i ritardi del Pd in relazione al paese, la fine dei partiti per come li abbiamo conosciuti. Diagnosi secca la sua, ma sincera. Dunque merita discuterne. Partirei dal fondo. Da quella formula – crisi della politica – che ci accompagna da piccoli e forse non ci abbandonerà mai. Questione di destino, si potrebbe dire. Sul punto la mia impressione è che siamo davanti a un paradosso esaltato dall’ultimo voto. Da un lato si approfondisce il fossato tra i cittadini e la partecipazione. Per capirci i dati record sull’astensione. Dall’altro assistiamo a una ipertrofia della domanda di politica. Valga come esempio: tra meno di un mese si vota in diversi comuni del trentino. Alla chiusura dei termini sono state presentate 493 liste per un totale di 8.400 aspiranti consiglieri comunali. Significa un candidato ogni 34 abitanti. Ecco il paradosso: fuggono gli elettori ma si moltiplicano i candidati. Il che in buona misura si spiega così: in un paese come il nostro la politica sempre di più è considerata uno dei canali residui della mobilità sociale. Una opportunità di impiego. Ben oltre il vecchio status: l’idea della carica elettiva come fattore di prestigio e, in fondo, anche oltre la più classica nozione di potere. Qui siamo a una più prosaica questione di reddito. Il populismo, in sintesi, ha rotto un involucro che tutto sommato aveva resistito a lungo. Per cui oggi è molto più difficile rispetto a venti o trent’anni fa trasmettere l’idea di un impegno pubblico non viziato, fin dall’origine, da un interesse privato. Letta così la regressione del costume civico, a partire da spese individuali fuori controllo, non è la stortura di un impianto sano ma la tendenza di fondo che in assenza di un argine è destinata a rafforzarsi. E allora tutto sta a capirsi sul carattere dell’argine. A mio parere non può limitarsi a un appello moralistico, ma deve ripensare la natura dei partiti e quindi presuppone un impianto culturale che finora è mancato. Direi che non è mancato solo a noi, alla sinistra più o meno moderata. E’ mancato in generale alla cosiddetta seconda Repubblica. La conclusione è che di fronte a una politica ridotta a corpo separato o noi recuperiamo una nozione di interesse generale e di legittimazione dei partiti oppure la via plebiscitaria sfonderà. E qui dobbiamo osare qualcosa di più. Tutti, ha ragione Giordano. Perché il Paese, come le statistiche comprovano, non è in mano alla destra, ma sta al campo progressista convincere una maggioranza degli italiani che possono tornare a fidarsi di noi. Il che non è facile, lo so. Però sarebbe un passo avanti se insieme ricostruissimo una rappresentanza spendibile in un contesto dove gli altri bombardano l’assetto democratico. E qui veniamo al secondo punto. Giorni fa Luca Ricolfi su La Stampa spiegava una tesi radicale. Secondo lui le ultime elezioni avrebbero certificato il mutamento profondo del sistema politico. La posta in gioco nel conflitto non avrebbe più nulla a che spartire con “la classica opposizione fra destra e sinistra”. Le due nuove partite, trasversali agli schieramenti, riguarderebbero il federalismo a trazione nordista e le regole del gioco, giustizia, presidenzialismo e legge elettorale. Inutile, secondo Ricolfi, attardarsi su vecchie distinzioni. La frattura oramai è solo e soltanto sul coraggio dei singoli e delle sigle a menare il carro della modernizzazione, anche contro una parte del proprio insediamento. E’ una tesi, non ci cade. Ma convincente solo in parte, soprattutto se ci si misura con gli anni recenti. Faccio due appunti. Il primo. Penso, come altri, che una parte della destra – quella comandina – voglia stravolgere l’impianto costituzionale. Non sto qui a motivare l’affermazione con indizi e prove. Ci capiamo. Se di questo si tratta bisogna prima di tutto respingere l’assalto. Questo è ovvio ma può non bastare. Nel senso che il tema, nella sostanza, è come giustifichiamo noi, storicamente e culturalmente, l’unità del Paese. Come pensiamo la nuova funzione dell’Italia in un mondo che in pochi anni ci declasserà dalle prime sei o sette posizioni (parlo degli indicatori economici) al range tra il ventesimo e trentesimo posto se tutto va bene. Col pericolo di passare da una “transizione” lunga a un “declino” assai accelerato, e a quel punto con conseguenze drammatiche perché non facilmente reversibili. Impostati così, gli stessi 150 anni dell’Unità possono aiutarci a indicare uno sbocco per quella crisi che segna il venir meno di un’idea di Nazione. Su questo terreno la destra negli anni ha costruito una sua teoria fondata sulla dissoluzione dei principali fattori unitari. La chiave stava in un racconto dell’Italia dove, più o meno, hanno cancellato l’intera nostra storia e tradizione democratica. E non è un caso che proprio a questo livello raccolgano oggi i frutti più avvelenati del quindicennio. In un’idea del Paese dove la perdita di memoria repubblicana sdogana istinti primitivi, come sulle mense dei bambini o sui rastrellamenti degli irregolari. E’ uno strappo grave che è iniziato prima nel linguaggio, soprattutto quello leghista, e che, non avendo trovato neppure da parte nostra una vera resistenza, si trasferisce oggi nella politica amministrata abbattendo persino la barriera etica (si può dire?) di creature costrette a pane e acqua per punire genitori morosi. Non è poco. Ed è la ragione – torno alle riflessioni di Franco – che dovrebbe spingerci a elaborare un’immagine radicalmente diversa della storia e del futuro del Paese. Dobbiamo farlo però, e vengo al secondo appunto, evitando di apparire come i difensori di uno status quo. Cioè non possiamo indossare i panni della conservazione, prima di tutto perché non siamo nati per questo ma anche per una ragione di consenso: perché la crisi della seconda Repubblica, delle sue regole, della cultura che l’ha ispirata, è un fatto oggettivo e noi sbaglieremmo a difendere quello che agli occhi degli italiani non è difendibile. Il punto è cosa siamo diventati. Cioè cosa è divenuta l’Italia dopo 15 anni di una transizione aperta e di fronte a una costituente del centrosinistra che non ha trovato un approdo e un assetto stabili. Che poi è il grande tema di un’alternativa tuttora nella nebbia. E qui ha di nuovo ragione Giordano: il problema è avere un’offerta di soluzioni e classi dirigenti più convincente di quella degli altri. Ma questa offerta, a mio avviso, non coincide con una nuova e formidabile base programmatica. Non è quello il nostro primo problema. E neppure solo ha a che fare con un problema di leadership. Questa offerta politica è legata soprattutto alla divaricazione evidente, e tutta da colmare, tra l’orientamento dell’opinione pubblica, anche dal punto di vista elettorale, e la struttura materiale del paese, la rete dei suoi interessi effettivi, dei suoi bisogni essenziali. In sintesi la destra offre rappresentanza a un paese che in buona misura non c’è. Perché non c’è un’Italia del legittimo impedimento o del processo breve. Noi non siamo ancora in grado di rappresentare il paese reale. E qui ci sarebbe lo spazio per riprendere un filo dove acquisterebbero senso e segno anche le nostre ipotesi di riforma sui capitoli indicati da Ricolfi. Ad esempio, come affrontiamo, anche alla luce del federalismo fiscale, il tema di una Padania che nel filotto Veneto, Lombardia, Piemonte si fa realtà politica e statuale. Oppure, come si formano oggi l’immaginario simbolico e l’opinione pubblica. Come si ritesse la tela di un sapere e di costumi meno succubi a una cultura di massa paurosamente appiattita. Insomma quale è la nostra moderna idea dello Stato e quali le culture protagoniste del nuovo sistema politico. Con una sola postilla su quest’ultimo punto. Per l’amor del cielo, non si dica mai, neppure per metafora, che “i partiti sono morti”. Perché seppellire le cose è relativamente facile, ma è l’arte del resuscitarle a essere molto più complicata. Ciò non toglie che l’ultima fotografia di Giordano – quella più severa verso ciò che oggi concretamente questi partiti sono diventati – corrisponda largamente al vero. E però bisogna, con ostinazione, distinguere e separare quel che si deve conservare, e che non è poco, dalle zavorre. Per quanto riguarda noi, il mio partito intendo, non penso che il nodo si scioglierà per una qualche intuizione organizzativa. Credo servirà una ragione più profonda – una miscela di linguaggi simboli e coerenze – senza la quale continueremo a pedalare in salita. E allora d’accordo, ci sarà da faticare. Ma l’importante, sarò cocciuto, è non rinunciare alla bicicletta. Perché avevo vent’anni quando, con Franco, diffidavo di chi voleva sciogliere la politica nei movimenti. Adesso che vado per i cinquanta la prospettiva mi appare quasi ridicola.”
Buone cose.
| inviato da
giannicuperlo il 23/4/2010 alle 16:33 | |
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