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L'UNITA'

Pubblicato il 26 maggio 2010Non assegnata

E' uscito stamane su l'Unità questo articolo-risposta al bell'intervento scritto da Umberto Contarello e pubblicato dallo stesso giornale qualche settimana fa. C'è anche quel passaggio sulla Rai che avevo anticipato nella risposta a uno dei vostri commenti al post precedente.

"Un mese fa Umberto Contarello ha scritto su questo giornale una preghiera laica. Spiegava di volere una leadership del centrosinistra autonoma nelle idee e consapevole delle parole, “una classe dirigente che riporti l’influenza della politica entro confini chiari, proporzionati, legittimi”. Da qui la suggestione per un atto di libertà: il ritiro da spazi indebitamente occupati, nella sanità, nella cultura, nella formazione. Curiosi i tempi. La lettera di Umberto precede di qualche settimana il riesplodere dell’inchiesta sulla “cricca”. Eppure in quella richiesta c’era già molto del declino del paese. Inutile consultare le statistiche. La frattura tra la società e la sua rappresentanza si accentua, però con un paradosso, che fuggono gli elettori ma crescono i candidati a conferma che la politica da strumento per cambiare la vita di tutti si è ridotta più spesso a cambiare il reddito di qualcuno. Ora, quanto pesano le regole su questa deriva? Parecchio. Per dire, se a nominare i parlamentari sono un pugno di capi, l’esito sarà bollato. Al di là della qualità dei singoli, nel nostro caso tuttora significativa, avrai istituzioni indebolite e rappresentanze fedeli a chi le ha battezzate. Ne risentirà l’anima della democrazia, il controllo sulla correttezza del potere e dei potenti. Insomma conterà meno la libera espressione di un voto ridotto a notifica e violentato nel suo principio di scelta. Detto ciò, basta come spiegazione? Direi di no. E per due ragioni. La prima ha a che fare con la natura della risposta nostra, dove per nostra s’intendono il Pd e il centrosinistra. Mettiamola così: siamo cresciuti con l’eco di una questione morale mai sanata e periodicamente riemersa. Quando l’onda si alzava e riesplodeva una rabbia dal basso, allora si manifestavano propositi di riforma. Alcuni contraddittori in sé, come oggi la legge anticorruzione della destra. Al di là del merito, ma per il conflitto di senso tra la cultura di condoni e scudi fiscali e il tentativo di arginare la piena dopo l’alluvione. Per noi è diverso. Non perché siamo puri. Anche noialtri, nel nome del realismo, abbiamo a volte lasciato maturare la malapianta nel giardino di casa, dove per malapianta va intesa la concezione del potere come fine in sé: occupare spazi, postazioni, e disseminare filiere di servitori. Per diverse ragioni corriamo il rischio di finire divorati dalla logica che diciamo di contrastare. Ragione che ha spinto opportunamente Bersani a mettere in campo proposte rigorose. Ma qui si colloca il nodo posto da Umberto. L'antico “che fare”. Dovendo sintetizzare la vedo a questo modo. Noi non possiamo più utilizzare parole usurate. Ad esempio, cosa significa ripetere come un mantra “fuori i partiti dalla Rai?”. Giunti dove siamo dovrebbe significare sottrarre la più grande azienda culturale del paese al controllo diretto e indiretto della politica. Credo voglia dire uscire dal consiglio d'amministrazione in carica e superare una volta per tutte la commissione parlamentare di vigilanza in una logica dove la natura pubblica del servizio si possa affermare di più e meglio attraverso una governance diversa. E ancora, Umberto parla di sanità e ricerca, formazione e cultura. Tradotto, come archiviare la pratica che accumula incarichi? E come stoppare il meccanismo di nomine che eludono i meriti? Ecco, qui forse l’Europa qualche aiuto ce lo può offrire. Nel senso dell’esempio. Allora, come fanno in Francia? O in Germania o dalle parti del Tamigi? Sulla cumulabilità degli stipendi basta davvero poco a capire che siamo fuori partita. Per l'altro aspetto, in alcuni casi vige la regola delle commissioni di valutazione espressione, a loro volta, delle corporazioni di riferimento. Insomma sono i rappresentanti delle categorie a filtrare le nomine. Si può obiettare che anche tale sistema non garantisce granché. Da noi le cattedre universitarie vengono assegnate con concorsi dove le commissioni sono composte da docenti, e però la cosa non solo non impedisce ma alimenta il signoraggio delle baronie. E allora? Allora forse dovremmo aggredire il toro per le corna e introdurre criteri di valutazione assai più stringenti anche sulla qualità del servizio prestato da coloro che vanno a comporre quelle commissioni. Ma infine – e veniamo al punto – o c’è una rottura di modi, procedure e cultura che investe come un uragano la società e la politica oppure il rischio è di veder rientrare dalla finestra ciò che faremo uscire con fatica dalla porta. Perché il nodo sono partiti ridotti spesso a macchine elettorali o di potere, ma dietro quelle sigle c’è una coscienza civile talvolta asservita al vassallaggio di turno e che finisce col tarpare le ali anche a chi vorrebbe contare sulle sole sue forze. Non è forse questa la pellicola indecente che ci scorre sotto agli occhi? La fonte della corruzione, nella solita vecchia miscela con le propaggini della politica, è nel vertice di società e imprese private e di amministratori o direttori di servizi pubblici che magari non hanno mai avuto una tessera di partito in tasca, ma che sul connubio tra politica e affari hanno fondato degli imperi finanziari oltre che reti di ricatto. E allora si giunge per forza alla seconda ragione e al tema che Umberto chiama della “necessità tragica del pensiero”. Voglio dire che tutto questo parlare arranca se non superiamo l’idea di una politica ridotta a sfida tra programmi e orfana di un respiro strategico, e persino storico. Se la nozione del cambiamento, della rottura, si limita entro i confini della concretezza, del primato del fare, noi perderemo di vista la frontiera dell’innovazione culturale, del conflitto delle coscienze e finiremo col sacrificare l’impegno pubblico e le sue coerenze all’orizzonte del governo. Quel governo conta, e dio solo sa quanto in un paese segnato da una crisi sociale che oggi morde, ma la battaglia per il civismo, per un’etica pubblica rinnovata e risanata, quella è materia che non si assorbe in una o più campagne elettorali e in uno o più documenti di intenti. Quella è l’anima di un progetto politico e mai come oggi può essere l’anima di un partito nuovo. Esattamente ciò che abbiamo iniziato a fare nel Pd con l'assemblea di venerdì e sabato scorsi. Ecco, questa forse è un’idea che piacerebbe anche a Contarello e a parecchi come lui."

Buone cose



permalink | inviato da giannicuperlo il 26/5/2010 alle 12:56 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (167) | Versione per la stampa


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