Come si faceva una volta, posto un'analisi del voto (personale, s'intende). E' suddivisa in dieci punti, l'ultimo sul referendum. 1. La svolta c'è stata. Lo ha scritto benissimo un commentatore attento come Stefano Folli: "in 15 giorni il volto dell'Italia è cambiato". E non soltanto per il risultato in sé (Milano Napoli Trieste Cagliari e decine di altre città). La svolta c'è stata soprattutto nel sentimento di fondo del paese. Perché è vero che hanno perso la Moratti, Lettieri e gli altri candidati del centrodestra, ma il vero sconfitto è stato Berlusconi. Lui aveva chiesto un referendum sulla sua persona e sul suo governo. Quel referendum c'è stato e ha travolto la destra anche in alcune delle sue postazioni storiche. 2. Da questo punto di vista Milano è davvero uno spartiacque. Quella è la città simbolo di un sistema di potere che si era consolidato nell'arco di vent'anni. Parliamo di una realtà che è crocevia dei grandi interessi economico e finanziari che da lì si proiettano sul paese e sull'Europa. E parliamo della città dove la parabola, prima imprenditoriale e poi politica, del capo del governo ha vissuto, nel bene e nel male tutti i suoi passaggi più significativi. Quindi sconfiggere Berlusconi in casa sua, anche per le modalità con le quali è accaduto, è la conferma di un declino dell’uomo e del leader che potrebbe rivelarsi definitivo. Su questo penso abbia ragione chi ha individuato una chiave della sconfitta di Berlusconi nella sua “dismisura”. Nel senso che lui non ha solo abusato del ruolo che detiene tuttora (e che è un concentrato enorme di potere in una sola persona). Ma ha abusato del paese: della sua capacità di sopportazione, della sua dignità. A me pare un aspetto rilevante perché in questo c’è, allo stesso tempo, la forza e la fragilità degli italiani. Il loro affidarsi periodicamente a un “Salvatore”, un “Liberatore”, creando intorno a quella figura un cordone di impunità, di perdonismo….salvo poi, a un certo punto, rompere quel legame che spesso è patologico, e trasformare in un lampo un credito all’apparenza infinito in un discredito che non perdona. Con tutti i distinguo del caso è stato cosi col fascismo, con Craxi. E secondo me questa è un po’ oggi la condizione di Berlusconi. Si è accesa una scintilla che potrebbe alimentare l’incendio. 3. Mai come questa volta il voto è stato chiaro e univoco. Certo, ogni città ha una storia a sé (e mi piacerebbe raccontarvi come è maturato l'incredibile successo di Trieste, ma sarebbe interessante anche capire bene cosa è accaduto in una città complicata come Napoli). Resta il segno omogeneo di queste elezioni. Noi vinciamo, loro perdono: nelle realtà sopra i 15mila abitanti, noi vinciamo in 85 comuni su 133 che hanno votato. Erano 76 cinque anni fa. Loro vincono in 40 comuni, contro i 55 della volta precedente. 5 comuni vanno al Terzo Polo e 2 a liste civiche. Va detto che il test, per quanto parziale, era attendibile anche per la distribuzione geografica di questi comuni: il 40% degli elettori era collocato al Nord. Il 17 al Centro e il 44 al Sud. Il dato forse più significativo è quello del Nord (anche per le nostre antiche difficoltà in quella parte del paese). Se confrontiamo i dati di queste amministrative con le regionali di un anno fa, loro avevano sei punti di vantaggio sul centrosinistra. Adesso i rapporti di forza appaiono rovesciati con noi avanti di 8 punti. Sempre nel Nord, se consideriamo solo i 23 comuni capoluogo, il centrosinistra ottiene circa il 50% dei voti contro il 37,4 della destra. 13 punti di scarto nell’area più dinamica del paese non sono pochi. In sintesi oggi noi siamo maggioritari al Nord e al Centro, mentre il centrodestra resta davanti nel Sud (anche se con una situazione molto diversificata da regione a regione). Aggiungo che per una volta la tendenza è stata cosi marcata che neppure i soldi hanno compensato il gap. Per esempio, a Milano, la sindaca uscente nonostante abbia investito nella campagna oltre 20 milioni di euro non è riuscita a superare il 45% dei consensi. Lo ricordo perché dal 1993 non era mai accaduto che un sindaco in carica in una grande città fosse inchiodato a una percentuale simile. Dunque siamo davanti a una costante: la destra perde nel Nord, dove ha governato, e in alcuni casi perde anche al Sud e dove era all'opposizione (e questo nonostante i gravi errori compiuti da noi e dal centrosinistra, come nel caso di Napoli). 4. Da tempo eravamo abituati a uno schema di gioco che si riassumeva più o meno così. Quando Berlusconi è in difficoltà e perde consenso, al Nord subentra la Lega che funziona come una rete di protezione dei voti in uscita dal PdL. Edmondo Berselli parlava addirittura di un bacino elettorale comune che aveva soprannominato "forzaleghismo”. Bossi ha sempre giocato questa carta pensando di aumentare così il suo potere contrattuale dentro la maggioranza. Queste elezioni hanno smentito quello schema. La Lega perde consenso anche nelle zone dove più forte è il suo radicamento, e per la prima volta viene sconfitta in alcune roccaforti come Novara e Gallarate. E questo conta perché la Lega da tempo è a tutti gli effetti una forza di governo: esprime i sindaci di centinaia di Comuni, i presidenti di 14 Province e 2 Regioni. Oltre a stare nel governo del paese. Adesso questo voto gli ha tolto ogni alibi e dimostrato quello che Bersani aveva detto più volte rivolgendosi pubblicamente a Bossi e Calderoli, e cioè "non potete stare contemporaneamente al governo e all'opposizione. Non potete coprire tutte le leggi ad personam del premier e contemporaneamente fare i moralizzatori". Insomma ragionando della Lega si può dire che "il re è nudo". E sarà interessante capire quale risposta saranno in grado di dare a un risultato per loro molto severo. 5. Insieme alla sconfitta della Lega viene sconfitto anche il mito del "Nord padano". Anche qui contano i dati: se escludiamo Trentino Alto Adige e Valle d'Aosta, tutti i capoluoghi regionali del Nord sono amministrati oggi dal centrosinistra. E tu non governi un'area vasta come quella se non controlli le capitali di quel territorio. Dobbiamo sapere, però, che questa rivoluzione nel consenso è anche figlia di una profonda trasformazione economica e sociale che ha inciso sulle fondamenta sia del vecchio sistema finanziario che dell’impresa. Lo dico così: ci sono molte aree del Nord, e in parte del Centro, che sembravano finora immuni dalla crisi e che invece cominciano a soffrire le conseguenze di un calo drammatico della crescita e dell’occupazione, dei redditi familiari, dei consumi. Questa parte più debole della società (diciamo il ceto medio impoverito e maltrattato) non è più disposta a dar credito alle promesse del governo. Ma non ha ancora firmato un atto di fiducia nei nostri confronti. E noi dobbiamo avere il problema di come conquistare e mantenere il consenso di questi lavoratori (spesso precari), piccoli imprenditori, pensionati. 6. Adesso veniamo a noi. Il nostro partito esce rafforzato dal voto. Esce rafforzato Bersani che ha scelto il tono e i contenuti giusti per la campagna elettorale. Non era facile e non era scontato. Anche perché venivamo, in particolare in alcune realtà, da primarie che non avevano premiato i nostri candidati o complessivamente il Pd. Penso a Milano e a Cagliari, e naturalmente penso all'enorme pasticcio delle primarie napoletane. Ora, l'argomento usato da alcuni e cioè "non avete vinto voi perché a Milano Cagliari e Napoli i sindaci sono espressione della sinistra radicale" è un argomento, a mio parere, completamente sbagliato. E non solo perché Giuliano Pisapia o Massimo Zedda sono personalità di assoluto equilibrio e che faranno benissimo, ma perché il voto (e qui veniamo a una considerazione più politica che ci riguarda) spazza via l'idea che per vincere, al Nord come al Sud, sia necessaria una svolta moderata. La verità è che noi abbiamo vinto mobilitando l'intero popolo del centrosinistra, dalle sue componenti più moderate a quell'universo della sinistra diffusa che è decisivo per vincere la sfida del governo del paese. Una cosa voglio aggiungere (e lo faccio senza alcuna polemica). Se guardiamo al profilo dei nuovi sindaci diciamo che dentro c’è di tutto (da un leader storico della sinistra come Fassino a un giovane brillante come Zedda; da un bravissimo funzionario del Pci-Pds-Ds-Pd come Cosolini (per inciso: è il candidato che ha avuto lo scarto maggiore di consensi tra candidato e coalizione), a un amministratore sperimentato come Merola; e poi un professionista che ha sempre rivendicato la sua storia politica come Pisapia fino a un ex magistrato che è approdato alla politica poco più di un anno fa come De Magistris…). Penso che questa pluralità di biografie sia una ricchezza per il centrosinistra, ma sia anche la smentita di un modo troppo sbrigativo di affrontare il tema del rinnovamento del nostro campo e della sua classe dirigente. La realtà è che se vogliamo vincere noi abbiamo bisogno di tutti: e quindi prima la smetteremo di espellerci a vicenda meglio sarà per il bene della ditta e del paese. 7. Ancora su di noi. Penso che abbia premiato la scelta di essere, con lealtà e anche con umiltà, al servizio della coalizione. Né prima né dopo il voto, abbiamo avuto l'ansia di mettere il cappello sopra i nuovi sindaci (penso alla gaffe di Vendola lunedì sul palco di Piazza del Duomo). E questo profilo, a mio modo di vedere, ha contribuito al nostro successo. La realtà è che noi sempre di più siamo il perno dell'alternativa. Non siamo autosufficienti, come il voto dimostra. Ma senza di noi, senza la nostra forza e i nostri contenuti, il centro sinistra non ce la fa. E allora il voto ci consegna due messaggi. Il primo è la fine di ogni "sconfittismo". Tradotto, Berlusconi si può battere e noi, con altri, lo abbiamo battuto. Il secondo messaggio (che non è in contraddizione con il primo e anzi è il suo completamento) è che noi non abbiamo già vinto la sfida decisiva che sarà quella per il governo. E però ricordiamoci sempre che i problemi più grandi per il nostro partito nascono in due casi: quando perdiamo troppo oppure quando vinciamo troppo. Ecco, questa volta ci serve grande moderazione, lucidità, consapevolezza che un pezzo fondamentale della strada lo abbiamo fatto ma c'è un altro pezzo che abbiamo davanti. 8. Questa responsabilità ci viene anche da alcuni dati quantitativi che non possiamo sottovalutare. Il primo riguarda l'astensionismo. Alle ultime elezioni politiche, nel 2008, l'astensione aveva toccato il picco più alto dell'intera storia repubblicana (il 19,5%). Alle Europee del 2009 quella percentuale è salita al 33% con un incremento di sei punti rispetto alle precedenti. Alle Regionali dell'anno scorso l'astensione è stata del 36% che diventava il 40 sommando schede bianche e nulle. Tanto che il PdL, pure vincendo quelle elezioni, otteneva il voto di appena un elettore su 7. Questa volta poco meno di quattro elettori su 10 sono rimasti a casa. Percentuale che, nel caso delle Provinciali, è salita a un elettore su due. Certo, in queste elezioni hanno contato moltissimo i candidati ma noi dobbiamo sapere che le elezioni politiche vedranno un incremento significativo dei votanti rispetto al turno amministrativo. Per capirci in questa tornata ha votato per le liste di partito circa il 60% degli aventi diritto. Alle politiche del 2008 fu l’80%. Tradotto, sono circa 10 milioni di elettori in più. Questo significa che non esiste alcun automatismo tra il risultato di adesso e la competizione che dovremo affrontare tra pochi mesi o forse tra un anno o al massimo due. Pensiamo alle aspettative innescate dopo le regionali trionfali del 2005 e al sostanziale pareggio delle politiche l’anno dopo. E allora prepararsi bene e per tempo prima che una convenienza è un dovere. A partire da un aspetto decisivo: anche in quest’ultimo voto noi perdiamo qualcosa in termini assoluti nei comuni medi e piccoli (quelli dai 15 ai 50mila abitanti), mentre avanziamo nettamente nelle città sopra i 100mila abitanti. Questa è una tendenza storica per il centrosinistra, ma nel voto nazionale il peso delle realtà più piccole è altissimo (il 43% della popolazione italiana vive in comuni sotto i 15mila abitanti). 9. Che cosa significa concretamente prepararsi bene e per tempo? Direi, due cose. Prendere atto che le primarie per la scelta del candidato premier e dei parlamentari (qualunque sia la legge elettorale con la quale voteremo) è una strada obbligata oltre che vantaggiosa (perché motiva la nostra gente). Lavorare da subito a quel programma per l'Italia che non potrà essere solo un elenco dettagliato di obiettivi ma avrà bisogno di una sintesi e di una immagine chiara del paese che vogliamo e che immaginiamo. Lo dico perché la spinta civica, la passione e l'entusiasmo che hanno accompagnato la campagna di Pisapia a Milano ci dicono molto dell'equilibrio che dobbiamo costruire, anche sul piano nazionale, tra le proposte programmatiche e uno sguardo più ambizioso sui valori e i principi che sono in grado di motivare un popolo intero nella battaglia decisiva per il governo del paese e la sconfitta di questa destra pericolosa ed eversiva. 10. Per tutte queste ragioni l'appuntamento con i referendum di domenica prossima diventa un passaggio molto rilevante. Anche in questo caso, non è solo per il merito dei quesiti che pure hanno delle implicazioni serie (parliamo di beni pubblici come l'acqua e l'ambiente, e di un bene che non è meno pubblico come la difesa del principio costituzionale sull'eguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge). Ma il voto di domenica sarà importante anche per il segnale che ne deriverà. La questione, com'è noto, riguarda il quorum che da molti anni oramai non viene raggiunto. Se però mi permetterete una brevissima digressione, questo referendum ricorda altri passaggi della nostra vicenda politica nei quali un voto referendario si è caricato di un significato generale che andava molto aldilà del merito del quesito. Faccio due esempi. Il primo molto lontano nel tempo riguarda il divorzio e il tentativo che uno schieramento conservatore e reazionario mise in atto nel 1974 di bloccare quel processo riformatore e di modernizzazione del paese che aveva conosciuto delle tappe essenziali negli anni immediatamente precedenti (dal ‘70 in avanti si erano approvate riforme fondamentali: l'ordinamento regionale, lo Statuto dei lavoratori, il voto ai diciottenni, il nuovo diritto di famiglia, i limiti massimi della carcerazione preventiva, la parità tra uomo e donna sui posti di lavoro…. ), stava cambiando l'Italia, la nostra costituzione materiale, e il referendum fu il tentativo di bloccare quel processo. Tentativo sconfitto, e che aprì la fase di una nuova stagione anche sul piano politico. Il secondo esempio è più vicino a noi ed è il referendum sulla legge 40: materia complessa e anche difficile da comunicare ma in quel caso una sconfitta severa che ha dato slancio alle ambizioni della destra più retriva sul terreno dei diritti, dell'autonomia e della libertà della persona. Sono temi diversi ma servono per dire che il voto di domenica può davvero rappresentare un colpo forse definitivo sulla leadership del centrodestra e soprattutto può determinare l'avvio di una fase nuova nella vicenda del paese. Questo vuol dire impiegare i pochi giorni che restano per convincere il maggior numero possibile di persone della necessità di andare a votare con motivazioni forti sul merito dei quattro referendum e con un argomento altrettanto forte sull'impatto politico del possibile quorum. Infine per quanto ci riguarda, dobbiamo essere sereni e anche un pochino orgogliosi del lavoro che stiamo facendo. C’è un partito forte, unito e capace di guardare con fiducia ai mesi che abbiamo davanti. Diciamo che non c’è tempo per riposare. Adesso avremo la stagione delle feste e l’avvio della discussione sulla conferenza sul partito. Ma questo Pd c’è. E’ vivo. Non abbiamo risolto tutti i nostri problemi e limiti. Ma neppure siamo più un’ipotesi o una incognita. Siamo una grande realtà dell’Italia che vuole liberarsi di Berlusconi e della sua cultura. Riuscirci adesso dipende da noi. Ma in fondo siamo nati per questo e per questo verremo giudicati. Buone cose